Cose di “questo” mondo

  • 16 novembre 2018
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Con il film di Francesco Patierno Cose dell’altro mondo il “Cineforum Comi 2018: un antidoto all’indifferenza” si è arricchito di un nuovo incontro. Grazie al formidabile trio di protagonisti, formato da Diego Abatantuono, Valerio Mastrandrea e Valentina Lodovini, la pellicola ha offerto diversi spunti di riflessione.

Questa la trama: in un paesino del Nord-Est, a seguito di un violento temporale notturno, spariscono dalla circolazione tutti gli immigrati. L’imprenditore Golfetto (Abatantuono), che da una TV locale arringa abitualmente il pubblico al rifiuto dei migranti, si ritrova a dover mandare avanti la propria azienda tra mille difficoltà: scomparsi gli stranieri, non c’è più manodopera a basso costo. In parallelo troviamo la vicenda della maestra Laura, che convive con un lavoratore immigrato da cui aspetta un bambino. La stessa Laura è la ex-moglie del poliziotto Ariele (Mastrandrea), alla disperata ricerca di una badante per la madre. Prendendo le mosse da un evento surreale quale una sparizione di massa, Patierno dà un quadro veritiero, in chiaroscuro, della realtà che ci circonda.

Il Comi, proponendo questa pellicola, ha inteso offrire un’occasione di riflessione e di confronto. Al di là delle invocazioni apocalittiche di un infervorato Abatantuono/Golfetto, il dato reale è infatti molto più complesso, a volte contradditorio e ambiguo. Per questo motivo non è certo facile trovare soluzioni da applicare con la bacchetta magica.   

 Il regista, influenzato anche da suggestioni d’oltreoceano (vedi “Un giorno senza messicani”, di Sergio Arau e Yareli Arizmendi), va dritto al sodo mettendoci sotto gli occhi l’apporto indispensabile che i lavoratoti immigrati danno al sistema Paese in moltissimi settori economici. Memorabile è la scena del Mastrandrea/Ariele in coda dal panettiere: i trasporti e la logistica sono al collasso, di benzina ce n’è poca ed è costosa…un pugno di farina raggiunge prezzi esorbitanti. Spezzoni da guerra. Tuttavia il discorso portato avanti da Patierno e dal cast va ben presto oltre. I personaggi si ritrovano a fare i conti con loro stessi, con la propria sfera emotiva e relazionale. L’obiettivo non è tanto quello di mostrare una crisi esistenziale collettiva, in una sorta di personale resa dei conti, quanto fotografare il punto “evolutivo” a cui la società è arrivata. Il messaggio è in qualche modo positivo e vuole forse suggerire quanto, sul serio, noi tutti avremmo bisogno di una parentesi surreale per renderci conto di cosa siamo diventati. Spezzare il circo del quotidiano per fermarsi a pensare. Il temporale non è affatto – come molti potrebbero desiderare – purificatore nei confronti degli stranieri, ma diventa lezione impartita a noi altri nostrani. È sempre l’Abatantuono/Golfetto a ricordarci come sia facile chiudere gli occhi, quando questo ci fa comodo, e lamentarci di situazioni di cui siamo i principali responsabili. Tocca invece al “Mago Magic” e al suo rogo finale il compito di sottolineare i rischi che corriamo nel portare avanti equazioni semplicistiche: povertà, delinquenza, immigrazione vengono buttate in uno stesso calderone. A girare il mestolo c’è parecchia gente, tra politici e giornalisti, gente comune e arrabbiati. Se gli altri son stranieri noi siamo, come minimo, un po’ estraniati.

Per concludere, la nostra speranza è quella di aver toccato qualche corda interiore, di aver aiutato le persone intervenute a porsi delle domande in più. Per le risposte, lasciamo alla coscienza di ognuno il compito di trovarle. Quello che ci rallegra è l’aver offerto un’altra occasione di conoscenza e di incontro… augurandoci che non sia l’ultima.  

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