DISCOVERY ALBANIA

  • 4 ottobre 2018
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Negli ultimi anni l’impegno del Comi è stato quello di dare voce a donne e uomini residenti a Roma, ma provenienti da tanti paesi del mondo. Paesi che essi hanno abbandonato, nella maggior parte dei casi, perché costretti.

Con questo spirito è stato organizzato l’evento “Discovery Albania”, tenutosi venerdì 21 settembre 2018, presso la sede del Comi. Erano presenti, oltre agli amici dell’associazione, personalità legate, direttamente o indirettamente, alla cultura albanese

Marco Lilli, civilista impegnato per l’anno in corso presso il COMI, ha illustrato ai presenti un riassunto del cammino di integrazione della comunità albanese in Italia. Si è così avuto modo di conoscere aspetti del Paese delle aquile, così vicino fisicamente al nostro, ma altrettanto poco conosciuto. Solo a voler esaminare i dati relativi al mondo delle professioni, delle imprese e delle acquisizioni di cittadinanza ci troviamo – al 2016 – di fronte a 31.358 titolari albanesi di imprese individuali attive in Italia e a 36.920 nuovi cittadini italiani precedentemente di nazionalità albanese. Sono cifre importanti che la dicono lunga sull’integrazione della comunità in questione.
(Dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali: http://www.lavoro.gov.it/documenti-e-norme/studi-e-statistiche/Documents/Rapporti).

Interessante l’intervento del Dr. Arthur Bardhi – rappresentante dell’Ambasciata della Repubblica di Albania – che, riallacciandosi alla relazione di Marco, ha parlato dello stabile inserimento degli Albanesi in Italia e degli stretti rapporti tra il Bel Paese e l’Albania.

La progettista Elisa Nucci ha successivamente presentato “Promozione dello sviluppo socio-economico sostenibile nel settore dellagreen economy”, programma teso a promuovere l’utilizzo di energia rinnovabile che, in Albania, vede coinvolto il COMI insieme ad altre associazioni partner.  Prevede la formazione di tecnici delle rinnovabili, l’istallazione e la manutenzione di pannelli solari presso l’ospedale locale e la fornitura di energia a buon mercato alle popolazioni del luogo.

Infine, la giovane attrice e artista Engji Mileta ha rappresentato il cuore della serata, arrivando a toccare le corse emotive di tutti i presenti. Engy è un’artista di origini albanesi nata in Italia. Ha una grande passione per la pittura, ereditata dal papà, e un talento innato per la recitazione. Durante la serata ha interpretato il racconto “Vorrei essere albanese” tratto dal libro “Dal tuo terrazzo si vede casa mia” del giovane scrittore albanese Elvis Malaj.

Abbiamo intervistato Engji ed ecco le sue parole.

 

ENGJI MILET

Engji, chi è Engji Mileta?

Bella domanda! Engy è una ragazza di 19 anni, che sin da piccola sogna di essere un’attrice e studia per diventarlo. E’ cresciuta con genitori albanesi e ha sempre vissuto in mezzo a due culture e questo probabilmente la rende un po’ speciale, come tutti i ragazzi che, come lei, appartengono alla seconda generazione.  Engy ama ogni forma d’arte dalla recitazione alla pittura e alla musica.  Detto ciò, non vorrei dilungarmi troppo su Engy, lascio agli altri il compito di scoprirlo.

Come hai scoperto la passione per la recitazione?

Penso di aver sempre avuto una certa predisposizione alla recitazione. Da piccola mi piaceva giocare a fare gli spettacolini, dove interpretavo tutti i personaggi che inventavo, alle cene di famiglia. Inoltre mi piaceva scrivere delle storielle, chiamare le mie amiche a casa e insieme girare un “film” (con un telefonino) che nella mia mente sarebbe stato un vero successo. Questo per me era un vero e proprio gioco, il mio preferito. Poi, crescendo, è diventata una necessità. A scuola, parlo specialmente del periodo delle medie, non mi trovavo molto bene, sono spesso stata vittima di bullismo ed essendo molto sensibile ne risentivo moltissimo. Così, mi sono rifugiata nella mia corazza e non ne sarei mai uscita se non fossi salita per la prima volta su un palco a 12 anni. Su quel palco ho sentito una felicità talmente grande che mi ha fatto capire una cosa altrettanto grande: ciò che volevo era sentire quella felicità per tutta la vita e ora, riuscire a fare un lavoro che mi renda così felice, è il mio grande obiettivo.

Cosa significa per te recitare?

Sembrerà assurdo ma per me recitare è una vera e propria necessità. Una necessità di comunicare con le persone e questo ha veramente qualcosa di magico. Per me recitare significa essere me stessa e sentirmi libera di esprimere ogni lato della mia personalità. Significa sperimentare cose nuove e non annoiarsi mai. Per me è il lavoro più bello del mondo perché mi arricchisce facendomi conoscere realtà diverse dalla mia. Io sono molto empatica e questo è il mestiere che mi permette esserlo al cento per cento e non c’è cosa più bella di avvicinarsi agli altri con quest’arte meravigliosa. So benissimo che in questo mestiere c’è molta competizione, ma gli ostacoli mi piacciono, perché la parte bella arriva quando li supero.

Oggigiorno molti italiani credono che il problema più urgente del Paese siano gli immigrati, tu in quanto ragazza di seconda generazione, cosa pensi di questo fenomeno?

Penso che molti italiani, purtroppo, non abbiano capito che la presenza di altre culture può solo che arricchire la loro. Il vero problema, il più urgente, è la mentalità di tutti coloro che non riescono ad accettare gli altri perché sono “diversi”. Non c’è cosa più bella della diversità. “Il prato più bello è quello che ha una moltitudine di fiori” ha scritto l’autore Elvis Malaj nel frammento che ho letto del suo libro “Dal tuo terrazzo si vede casa mia”. Sarebbe bello fermarsi un attimo per capire chi sono questi “stranieri”, fermarsi un attimo per capire da dove vengono, perché sono qui, qual è la loro storia e la loro cultura. Se si fermassero solo un attimo e provassero ad andare oltre il loro giardino di fiori tutti uguali, ne rimarre

bbero affascinati, ne sono sicura. Bisognerebbe tornare indietro e dare uno sguardo alla storia e ricordare l’emigrazione italiana. Un paese che ha provato sulla propria pelle l’emigrazione, non può assumere un atteggiamento così superficiale e discriminatorio. La superficialità è l’unico grande problema.

Essere sia albanese che italiana ti rende “speciale”: quali caratteristiche pensi di aver ereditato dall’una e dall’altra cultura?

Di certo in me c’è una perfetta fusione dell’Engy albanese e dell’Engy italiana, ma precisamente non saprei definire cosa mi appartiene di una cultura e cosa dell’altra. Io sono nata e cresciuta in Italia, ho frequentato le scuole qui, gli amici con cui esco sono italiani, ma poi torno a casa e i miei mi salutano in albanese, mi fanno vivere le storie della loro infanzia attraverso i loro racconti. Adoro tutto ciò, ma non mi sento né più albanese né più italiana, è strano da spiegare. Questa convivenza con le due culture mi ha reso curiosa e mi ha stimolato a conoscere altre culture. Mi piacciono le lingue, infatti ho frequentato il liceo linguistico, mi piace viaggiare e conoscere il MONDO. Ecco, io mi sento cittadina del mondo e questo senso di appartenenza è la cosa più bella che mi potessero regalare le due culture.


Come hai vissuto la serata con il COMI?

E’ stata una serata molto bella e interessante, con persone altrettanto interessanti e belle. Io dell’Albania so molto grazie ai miei genitori, ma devo ammettere che grazie a questo incontro ho scoperto più cose e mi fa immensamente piacere che ci sia qualcuno che si sofferma a riflettere su questo paese, che pur essendo così vicino, per molti è lontano. L’Albania è un paese poco conosciuto dagli italiani e per questo sottovalutato e l’iniziativa del COMI è veramente fantastica perché fa sì che nessuna cultura rimanga nell’ombra e per questo vi ringrazio. Per me è stato un piacere far parte del vostro progetto portando qualcosa di mio, la mia arte e ciò che mi appassiona. Grazie!

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