Comi

Senza fissa dimora a Roma. Associazioni e reti sociali (ri)sollecitano le istituzioni locali

La situazione a Roma continua ad essere di assoluta emergenza per quanti e quante si trovano senza dimora.

Per questa ragione le organizzazioni tornano a scrivere alle autorità capitoline per richiedere interventi che tempestivamente possano dare risposte a bisogni sempre più urgenti.

L’appello si rivolge nuovamente alla Sindaca di Roma Virginia Raggi, alla Prefetta Gerarda Pantalone, all’Assessora alla Persona, alla Scuola e Comunità solidale Veronica Mammì, al Dipartimento della Protezione civile di Roma Capitale. Si tratta di un documento programmatico che non solo evidenzia le criticità riscontrate sul territorio capitolino, ma che propone iniziative percorribili e sostenibili a tutela sia dei professionisti che dei volontari che offrono servizio in favore di queste persone. Crediamo sia necessario organizzare un incontro con le diverse istituzioni competenti (Comune di Roma Capitale, Dipartimento per le Politiche Sociali, Municipi, Prefettura, Aziende Sanitarie Locali – ASL) non solo per garantire scambio di informazioni, ma soprattutto per programmare azioni comuni di tutela per queste categorie vulnerabili, anche grazie all’istituzione di una cabina di regia.

Leggi la lettera che ci vede tra i firmatari insieme a molte altre associazioni

Il volto dell’umanità è l’unico che conosco

Al via la campagna social di UNAR “Il volto dell’umanità è l’unico che conosco” #maipiurazzismo

 Anche quest’anno UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali aveva previsto di realizzare dal 16 al 22 marzo le iniziative della “Settimana d’azione contro il razzismo”, in collaborazione con associazioni su tutto il territorio nazionale.

Tra le associazioni che avrebbero dovuto dare il proprio supporto all’UNAR attraverso la realizzazione di eventi culturali, di formazione e sensibilizzazione, coinvolgendo migliaia di cittadini, rientrano FOCSIV e il socio romano COMI – Cooperazione per il mondo in via di sviluppo, che con il progetto INTE[G]RAZIONE intendono affrontare il tema della prevenzione e del contrasto delle discriminazioni di matrice etnico razziale con la valorizzazione delle seconde e nuove generazioni, accrescendo il protagonismo dei giovani italiani e di origine straniera, rafforzandone l’integrazione e la partecipazione alla vita del paese e aumentandone l’interlocuzione con il mondo sociale che li circonda.
I percorsi didattici ed educativi trasversali e interdisciplinari partecipativi previsti dal progetto, a causa del momento emergenziale che stiamo vivendo, saranno rimandati, ma le importanti attività di divulgazione previste dalla campagna di comunicazione continuano.

FOCSIV e COMI supportano infatti la “campagna social” lanciata da UNAR per rimane “Uniti”, per stare vicini, anche se virtualmente e diffondere i sentimenti che in questo periodo tutti stiamo riscoprendo: la solidarietà e l’uguaglianza.

Da oggi fino al 22 marzo diciamo no ad ogni forma di razzismo! Disegnatevi sul volto una U ben visibile, scrivete su un foglio #maipiurazzimo e scattatevi una foto. Condividete poi le foto sui profili social istituzionali dell’UNAR (Fb, Instagram, Twitter) che li rilancerà!

Quest’anno la “Settimana d’azione contro il razzismo” è dedicata a chi protegge e salva il prossimo, che si trovi a bordo di una nave civile o militare, in un ospedale a combattere per salvare vite in pericolo, in una strada di notte nei nostri quartieri a distribuire pasti caldi a chi ne ha bisogno: i momenti difficili dimostrano che abbiamo bisogno l’uno dell’altro e non c’è spazio per le discriminazioni.

Oggi più che mai celebriamo i “volti dell’umanità”.

Per seguire tutte le novità e attività previste da FOCSIV e COMI per partecipare all’azione contro ogni forma di discriminazione visita il sito della Federazione www.focsiv.it

Odiare non é uno sport

Campioni azzurri, società sportive, associazioni, scuole e studenti

uniti per dire no all’hate speech nello sport

Al via ODIARE NON E’ UNO SPORT

Un progetto per prevenire e contrastare i messaggi d’odio online in ambito sportivo

Secondo la ricerca di Coder (UniTo), sulle pagine Fb delle 5 principali testate sportive nazionali tre post su quattro ricevono commenti di hate speech

Terreno di inclusione e aggregazione sociale, veicolo di crescita e confronto, palestra di vita. È lo sport, quello che può portare fino al sogno Olimpico o semplicemente aiutare a stare meglio, quello che nel nostro Paese coinvolge milioni di ragazzi. Lo sport che però, purtroppo, ha anche un’altra faccia e può trasformarsi in fornace di discorsi e gesti d’odio, che nella dimensione digitale si potenziano e diffondono in maniera esponenziale.

È così che, anche grazie all’aiuto di diversi campioni azzurri, prende il via domani venerdì 7 febbraio – Giornata Mondiale contro il bullismo e il cyber-bullismo –  la campagna #Odiarenoneunosport, sostenuta dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e promossa dal Centro Volontariato Cooperazione allo Sviluppo, con un fitta rete di partners su tutto il territorio nazionale.

Lo studio del fenomeno è affidato all’Università di Torino che attraverso l’équipe multidisciplinare del Centro di ricerca avanzata Coder è al lavoro per elaborare un Barometro dell’Odio nello sport, monitorando i principali social media e le testate giornalistiche sportive. Dalle prime anticipazioni del report, che uscirà a fine marzo, emergono dati allarmanti. Su 4.857 post analizzati, per un totale di oltre 443mila commenti alle pagine Facebook delle cinque principali testate giornalistiche sportive nazionali (Gazzetta dello Sport, TuttoSport, Corriere dello Sport, SkySport, Sport Mediaset), emerge che tre post su quattro ricevono commenti che contengono una qualche forma di hate speech. Quest’ultimo può manifestarsi come generico linguaggio volgare (13,5%), aggressività verbale (73%) , vere e proprie minacce (6,8%), o, infine, come varie forme di discriminazione (6,7%). I picchi più elevati di messaggi d’odio si verificano in corrispondenza di eventi calcistici e riguardano in particolar modo le decisioni arbitrali.

Il lavoro dell’équipe però non è solo di osservazione, ma punta anche a intercettare le varie forme di hate speech online e intervenire con risposte in tempo reale. Questo grazie a un algoritmo specifico e un chatbot sviluppati dal Laboratorio d’Innovazione della School of Management di Torino e da Informatici senza Frontiere. A questi strumenti si affianca il “Bullyctionary”, un vero e proprio dizionario del bullismo online, realizzato grazie ad Assicurazioni Generali.

Il progetto ha raccolto e sta ancora raccogliendo le testimonianze di campioni dello sport azzurro come Igor Cassina, Stefano OppoAlessia Maurelli, Frank Chamizo, Valeria Straneo, al loro fianco le straordinarie storie di inclusione socialeavvenute attraverso lo sportsul territorio italiano e l’adesione spontanea di decine di sportivi, professionisti e dilettanti, associazioni, scuole o semplici cittadini che sostengono la campagna ritraendosi con la scritta Odiare non è uno sport . Qui la Gallery

La campagna durerà tutto il 2020, anno Olimpico in cui gli occhi dei media saranno particolarmente puntati sullo sport, e prevederà diversi appuntamenti e strumenti per sensibilizzare la cittadinanza: dieci flash mob contemporanei in diverse città italiane lunedì 6 aprile, in occasione della Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, attività educative in 55 scuole e 44 società sportive, partecipazione a numerosi eventi sportivi. Per finire con le “squadre” territoriali anti-odio che monitoreranno profili e pagine social di varie società sportive per intercettare e rispondere in modo pertinente ai messaggi di hate speech.

Tutti insieme, con un obiettivo comune: dire no all’odio nello sport e nella vita.

Contatti: ufficiostampa@odiarenoneunosport.it, 3469546862

Il progetto è sostenuto dall’Agenzia Italiana di Cooperazione allo Sviluppo e promosso dal Centro Volontariato Cooperazione allo Sviluppo, in partenariato con 7 ong italiane con ampia esperienza nell’educazione alla cittadinanza globale (ADP, CeLIM, CISV, COMI, COPE, LVIA, Progettomondo.mlal),  l’ente di promozione sportiva CSEN, le agenzie formative FormaAzione, SIT e SAA-School of management,  Informatici senza Frontiere per lo sviluppo delle soluzioni tecnologiche e Tele Radio City e Ong 2.0 per la campagna di comunicazione.  

Selezionando

Maria Grazia Mancini è un medico che si sta specializzando come Psicoterapeuta Funzionale presso la sede di Roma della S.E.F. Nata in provincia di Taranto nel 1989, si è trasferita a Roma nel 2007 per studiare medicina al Policlinico Universitario “A. Gemelli”. Vive a Roma con suo marito Pierluigi e i suoi due bambini.
Ingaggiata dal team del Comi nella commissione selezionatrice dei ragazzi destinati ai progetti di servizio civile in Senegal e Uruguay, condivide qui con noi la sua esperienza

16 ragazzi dai 24 ai 27 anni, provenienti da tutta Italia, da nord a sud, giunti a Roma per le tre giornate di selezione dei volontari del Servizio Civile per diversi progetti in Senegal e Uruguay.
Volti; storie. Desideri; ricerca: di strade, di senso, di esperienze, di incontri. Sete di altri mondi, voglia di superare stereotipi e pre-concetti. A cavallo tra la voglia di mettersi alla prova, quella di “rendersi utili” e la scoperta sorprendente dell’altro, che è diversità e vera ricchezza. Per attaccare più o meno frontalmente i propri modi di leggere la realtà, e arrivare il più possibile in fondo, verso il Senso che appartiene ad ogni uomo sotto la varietà dei suoi abiti. E, di fronte a loro, noi: un gruppo di selezionatori, ognuno con la sua competenza e la sua esperienza; insieme, per ripulirci l’un l’altro lo sguardo da elementi inutili o confondenti; con la responsabilità di cercare -umilmente- di intuire il bene per ogni ragazzo.

Al servizio del complesso intreccio tra l’aspirante volontario (con le sue motivazioni e i suoi modi di funzionare), e il progetto (con il suo equilibrio e le sue necessità). 
Sapendo di non poter prevedere ogni cosa; intuendo la Bellezza di ognuno, e insieme cercando di rispettarne i tempi.
Ragazzi selezionati con l’augurio sincero di esserci pienamente in questa avventura, di assaporarla con tutte le sue sfaccettature; di mettersi a frutto con la naturalezza di un fiore che sboccia, più che con l’opprimente obbligo morale di chi si sente “migliore”.
Sono stati giorni intensi e contemporaneamente di piacevole condivisione di cose buone, di idee e di scelte più o meno semplici; dove collaborare ha avuto il calore e il sapore di una tavola imbandita per pranzo, dove ognuno è ugualmente parte della famiglia, che sia arrivato lì da poco (come me) o 

Firma anche tu!

Chiediamo l’abrogazione dei decreti sicurezza.

Chiediamo al Governo e al Parlamento di abrogare i decreti Sicurezza e gli accordi con la Libia perché violano la nostra Costituzione e le Convenzioni internazionali, producono conseguenze negative sull’intera società italiana e ledono la nostra stessa umanità.

Firma l’appello

Io Accolgo

Roma, giovedì 13 giugno, ore 12
Hotel delle Nazioni, via Poli 6
Conferenza stampa di presentazione della Campagna “Io accolgo”
La Campagna “Io accolgo”, promossa da 42 organizzazioni sociali italiane ed internazionali, vuole dare la visibilità che meritano a tutte quelle esperienze diffuse di solidarietà che contraddistinguono il nostro Paese: dalle famiglie che ospitano stranieri che non hanno più un ricovero alle associazioni che organizzano corridoi umanitari per entrare nel nostro Paese, dai tanti sportelli legali e associazioni di giuristi che forniscono gratuitamente informazioni e assistenza ai migranti, a chi apre ambulatori in cui ricevere assistenza sanitaria gratuita, a chi coopera a livello internazionale per accompagnare le migrazioni forzate e ridurre l’insicurezza umana nei paesi di origine e transito. Centinaia di esperienze diverse che la Campagna vuole mettere in rete, perché vengano condivise e riprodotte, perché finalmente vengano conosciute, se ne dia notizia, l’opinione pubblica ne prenda consapevolezza.È quella parte grande del nostro Paese – singoli cittadini e cittadine, nuclei familiari, enti locali, studenti, insegnanti, organizzazioni nazionali e territoriali, laiche e religiose – che non si arrende alla barbarie di un mondo fondato sull’odio e sulla paura, che crede nei principi della Costituzione, dei diritti uguali per tutti, della solidarietà. Soggetti che quotidianamente agiscono per mitigare i danni di una legislazione, di politiche e di comportamenti istituzionali che condannano i migranti a morire in mare, che chiudono i porti, che cancellano esperienze di accoglienza, come gli Sprar, gettando per strada migliaia di richiedenti asilo e rifugiati, anche vulnerabili, privati così della loro dignità e del diritto ad accedere ai servizi sociali.

La Campagna prevede anche iniziative di mobilitazione, per aprire vertenze che inducano le Istituzioni ad assumersi la responsabilità dell’accoglienza e dell’integrazione, cancellando le scelte discriminatorie e superando gli effetti perversi del Decreto sicurezza (Legge 132/2018).

A tutti verrà proposto di schierarsi, di sottoscrivere il Manifesto della Campagna e di indossare o esporre un oggetto simbolo di questa iniziativa.

Tutte le informazioni sulla Campagna e le sue finalità verranno illustrate nella Conferenza stampa che si terrà giovedì 13 giugno, alle 12, presso l’Hotel delle Nazioni, in via Poli 6.

Nell’incontro, che verrà aperto da due esponenti del Comitato promotore, che parleranno a nome della coalizione promotrice dell’iniziativa, verrà data voce ad alcuni dei protagonisti di queste esperienze di solidarietà e accoglienza, oltre che ai richiedenti asilo e rifugiati destinatari di questi interventi.

Saranno inoltre presenti i rappresentanti delle organizzazioni che hanno promosso o aderito alla Campagna.

Fanno parte del Comitato promotore della Campagna:

A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, AOI, ARCI, ASGI, Casa della Carità, CEFA, Centro Astalli, CGIL, CIAC, CIAI, CIR, CNCA, Comunità di S.Egidio, CONGGI,  Ero Straniero, EuropAsilo, Federazione Chiese Evangeliche in Italia – FCEI, FOCSIV,  Fondazione Finanza Etica, Fondazione Migrantes, Gruppo Abele, ICS Trieste, INTERSOS,  Legambiente, LINK-coordinamento universitario, Lunaria, Medici Senza Frontiere, NAIM (National Association Intercultural Mediators), Oxfam, Rainbow4Africa, ReCoSol, Refugees Welcome Italia, Rete della Conoscenza, Rete Studenti Medi, SaltaMuri, Save the Children Italia, UIL, Unione degli studenti, Unione degli universitari, UNIRE

Anche il COMI presente:

Generazione Greta

Avete mai sentito parlare della leggenda del filo rosso del destino?

Nella tradizione orientale, ogni persona porta sin dalla nascita un filo rosso annodato al mignolo della mano sinistra che lo lega in modo indissolubile alla propria anima gemella. Il filo ha come caratteristica quello di essere lunghissimo, indistruttibile e invisibile e serve a tenere unite due persone destinate prima o poi ad incontrarsi e a stare insieme per sempre.

Ora, mettiamo da parte quest’idea romantica e provate ad immaginare che esista un filo rosso per ogni servizio che usiamo ed ogni bene che acquistiamo: dalle serie su Netflix alle componenti di un computer, dalla benzina per la macchina al viaggio in aereo, tutto quello che usiamo e consumiamo nel quotidiano ci lega indissolubilmente a milioni di persone di tutto il mondo che estraggono la materia prima di cui è fatto il prodotto, o lo progettano e costruiscono, o ancora lo immettono nel mercato, offrono il servizio, si occupano dello smaltimento quando diventa rifiuto, e condividono con noi le conseguenze dell’inquinamento antropogenico (causato dall’attività umana).

È proprio questo il principio della globalizzazione: un groviglio fittissimo di vincoli ed interscambi che ci connettono nelle pratiche di consumo e produzione, nelle dinamiche sociali, economiche, ambientali ed istituzionali per cui ogni nostro comportamento ha delle ripercussioni su persone che vivono in altri Paesi – pensate alla crisi economico-finanziaria del 2007 nata negli Stati Uniti e poi diffusasi in Europa – e sul nostro pianeta – il cambiamento climatico vi dice qualcosa?

Lunedì 3 giugno il COMI ha partecipato alla conferenza “Generazione Greta: un passo avanti per l’Educazione alla Cittadinanza Globale. L’impegno e la coerenza delle politiche nell’attuazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile” promossa dall’ASVIS all’interno del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2019.

Procediamo per gradi e per concetti: prima di tutto, cosa è l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile?

L’Agenda 2030 è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre del 2015 da 193 Paesi membri dell’ONU che ha messo sul tavolo temi reali, urgenti e drammatici, e che rappresenta l’impegno comune di trasformare il nostro mondo, e migliorarlo.

Come?

Attraverso il raggiungimento di 17 obiettivi universali, interconnessi ed indivisibili, entro l’anno 2030. 

Povertà, fame, salute, istruzione, parità di genere, acqua pulita e sicura, servizi igienico-sanitari, energia, lavoro dignitoso, innovazione, disuguaglianze, città sostenibili, consumo e produzione responsabile, cambiamenti climatici, biodiversità negli oceani e sulla terra, pace e partnership globali.

Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sono universali perché, in misura minore o maggiore, riguardano tutti noi, sia i Paesi più industrializzati che quelli in via di sviluppo, tutti i 7 miliardi di persone unite da un numero esponenziale di fili rossi, ma che abitano su un unico pianeta. Sono inoltre strettamente vincolati l’uno all’altro perché bilanciano le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: crescita economica, inclusione sociale, tutela dell’ambiente. Facendo alcuni esempi, non si può assicurare la salute e il benessere per tutti, se non si riduce e contrasta l’inquinamento dei nostri oceani o dei vari ecosistemi terrestri, o ancora non si può incentivare una crescita economica duratura ed un lavoro dignitoso per tutti se non si forniscono opportunità di apprendimento paritarie per uomini e donne.  

Questo piano di azione condiviso è quindi governato da una visione integrata dello sviluppo che non riguarda solo l’ambiente, ma anche l’economia, la società, le istituzioni. E attenzione! È proprio questo che si intende per sviluppo sostenibile: un modello di benessere che soddisfa i bisogni e garantisce i diritti delle generazioni presenti senza compromettere la qualità di vita e le possibilità delle generazioni future.

In sintesi, l’obiettivo generale dell’Agenda 2030 è quello di rendere sostenibile, un modello di sviluppo che non lo è.

Penserete voi: e perché l’attuale modello di sviluppo non è sostenibile?

Perché gli attuali modelli di produzione e consumo non fanno i conti con il progressivo esaurimento delle risorse naturali – che non sono infinite! –  ed il cambiamento climatico, così come è insostenibile una crescita economica che produce ricchezza per pochi lasciando nella povertà milioni di persone destinate ad aumentare con la crescita demografica ed un sistema di governance internazionale incapace di affermare il diritto internazionale condannando a umiliazioni e sofferenze comunità scosse da conflitti armati. La sempre minor disponibilità di acqua dolce, la perdita della biodiversità, la scarsità dei combustibili fossili da cui dipende il nostro sistema energetico – le riserve di gas naturale, petrolio e carbone si esauriranno tra i 40 e i 100 anni -, la contaminazione dei terreni e l’inquinamento degli oceani da plastica, sono problemi reali che la comunità scientifica internazionale segnala da decenni, e che ogni giorno rafforzano l’urgenza di  imboccare una rotta di sostenibilità, quando ancora è possibile.

Per riassumere, un modello di sviluppo basato sulla crescita economica che tende all’infinito in un mondo di risorse finite non è sostenibile sotto ogni punto di vista.

Ma lo sviluppo sostenibile, per essere conseguito, necessita prima di tutto di una presa di coscienza del cittadino e dei “fili rossi” in cui è immerso e che muove, orientando il proprio vivere quotidiano verso comportamenti sostenibili nel tempo e nel rispetto delle persone, della società, del pianeta. A questo scopo, bisogna introdurre un altro concetto fondamentale: quello di Educazione alla Cittadinanza Globale (ECG).

Ne avete mai sentito parlare? Cosa si intende per l’Educazione alla Cittadinanza Globale?

Educare alla Cittadinanza Globale è uno degli obiettivi dell’Agenda 2030, con l’obiettivo 4 che impegna la comunità internazionale a “fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”. In particolare, l’ECG è direttamente citata nel paragrafo 4.7: “Garantire entro il 2030 che tutti i discenti acquisiscano la conoscenza e le competenze necessarie a promuovere lo sviluppo sostenibile, anche tramite un’educazione volta a uno sviluppo e uno stile di vita sostenibile, ai diritti umani, alla parità di genere, alla promozione di una cultura pacifica e non violenta, alla cittadinanza globale e alla valorizzazione delle diversità culturali e del contributo della cultura allo sviluppo sostenibile.”

Dunque, l’ECG rappresenta un vettore di sostenibilità, uno strumento trasversale ed importantissimo per un’agenda che promuove il cambiamento, diffondendo sapere, abilità e valori tra i cittadini, al fine di consentire agli stessi di contribuire ad un mondo più inclusivo, più pacifico e più equo.

L’ECG è quindi un processo attivo e trasformativo di apprendimento che mette al centro i diritti umani, i beni comuni, la sostenibilità, nel contesto di sfide sempre più urgenti, che ci legano l’uno all’altro come parte di una grande comunità globale.  

 

Ogni paese firmatario è chiamato ad implementare politiche nazionali per realizzare l’Agenda e i suoi 17 obiettivi.

Infatti, esiste una Strategia Italiana dell’ECG, approvata il 28 febbraio 2018 dal Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo (CNCS), composto da Ministeri, Enti locali, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), Università e le principali reti di organizzazioni della società civile. Il documento  (consultabile al seguente link https://www.info-cooperazione.it/wp-content/uploads/2018/02/Strategia-ECG.pdf) è quindi frutto di un impegno comune e multiattoriale in cui si identificano obiettivi, attori, modalità e contesti dell’ECG per raggiungere tutte le sfere della cittadinanza italiana e promuovere un cambiamento culturale orientato alla sostenibilità, attraverso ad esempio percorsi formativi sia formali (nelle scuole) che informali e nonformali (ad esempio, informazione nei mezzi di comunicazione di massa).

A questo punto, è importante sciogliere la sigla “ASVIS”, contenuta nel titolo dell’evento del 3 giugno.

Cosa è l’ASVIS, e cosa c’entra con l’ECG?

L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASVIS) è nata il 3 febbraio del 2016 e riunisce più di 200 soggetti, tra istituzioni, università, centri di ricerca, associazioni e fondazioni. L’impegno dell’ASVIS per promuovere la conoscenza dell’Agenda 2030 ed educare alla cittadinanza globale si traduce in molteplici iniziative, come concorsi, contest, Master universitari e corsi e-learning sull’Agenda, e il Festival dello Sviluppo Sostenibile. Quest’anno il Festival, alla sua seconda edizione, si è svolto dal 22 maggio al 7 giugno e ha visto l’organizzazione di 702 eventi con l’obiettivo di sensibilizzare e coinvolgere sempre più cittadini sui temi della sostenibilità.  

Siamo arrivati alla domanda finale, e se sei giunto fino a qui, significa che ormai sai cosa è l’Agenda 2030, l’Educazione alla Cittadinanza Globale, l’ASVIS e il Festival che ha organizzato negli ultimi due anni. Ti manca solo un elemento per masticare tutti i concetti racchiusi nel titolo dell’evento.

A cosa ci si riferisce con l’espressione “Generazione Greta”?

È la generazione dei giovani e dei giovanissimi ispirata dall’azione di protesta dell’attivista svedese Greta Thunberg, impegnata nel sensibilizzare l’opinione pubblica e i governanti di tutte le nazioni sui rischi del cambiamento climatico, e sulla conseguente urgenza di adottare politiche che mitighino il fenomeno. Tra le iniziative giovanili più importanti va segnalata quella dei “Fridays For Future”, delle manifestazioni di piazza che con cadenza settimanale – appunto, ogni venerdì – vedono milioni di giovani di tutto il mondo protestare per scuotere i governi affinché i governi affrontino il cambiamento climatico.

Perché il mondo del terzo millennio è un ormai un villaggio globale e globalizzato, dove anche se non possiamo vedere chi c’è all’altro capo del filo, il filo esiste, è reale e si dirama in tante direzioni. Condividiamo gli stessi problemi e abitiamo tutti su un unico pianeta: per imboccare la strada della sostenibilità, serve un impegno trasversale, che va dalle istituzioni, a noi come cittadini.

Consuelo Cammarota

 

 

Workshop contro l’odio in rete

Diciamoci la verità: fare formazione nelle scuole non è facile. Proporre un workshop contro l’hate speech ed il cyberbullismo nelle scuole, ad oggi, non è facile. È un’avventura avvincente, rischiosa, imprevedibile a tratti divertente. Soprattutto è necessario. Sono una psicologa e sono consapevole che purtroppo i dati su bullismo e cyberbullismo, violenza fuori e dentro le classi, online e offline, sono allarmanti e che tutto il sistema scolastico è sottoposto ad una pressione sociale importante.

Per questi ed altri motivi, l’iniziativa dell’ONG COMI – Cooperazione per il mondo in via di sviluppo di aderire al progetto Digital Transformation per lo sviluppo sostenibile finanziato dal’AICS – Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo mi è sembrata da subito una bella opportunità di formazione. Non solo, era l’occasione per entrare in contatto diretto con il vissuto degli adolescenti legato all’uso degli strumenti digitali cercando, al tempo stesso, di favorire modalità più consapevoli e salutari. Riassumere gli incontri avvenuti in questi mesi nelle scuole superiori di Roma è un’impresa impossibile, ma proporre una fotografia dell’esperienza era dovuto. Il nostro obiettivo è stato quello di “riflettere con’’ i ragazzi e i docenti coinvolti tramite la discussione aperta, il role playing, l’uso di video e pagine Web sulle potenzialità ed i rischi di una quotidianità spesa agganciati ai canali informativi online e all’uso massiccio di social network come Instagram, che potenziano pregiudizi e stereotipi ed alimentano, a volte, fenomeni subdoli come l’odio online.

 

Fino a qui tutto bene, ma come percepiscono e digeriscono i minorenni di oggi uno spazio di confronto dedicato a questi temi? E se a gestire questi incontri viene una psicologa mai vista? E non consideriamo tutto l’immaginario fantastico attivato dentro di loro dalla psicologia, nonostante i taboo sulla mia professione si stiano fortunatamente sgretolando piano piano: per parlarne ci vorrebbe un altro articolo.

Torniamo al primo incontro del workshop contro l’hate speech. È stato molto interessante testare la loro reattività contro le fake news (per un bel quiz provare http://factcheckers.it/) e riflettere sulla necessità di confrontare più fonti per uscire dalla ‘bolla filtro’ che le nostre stesse ricerche online creano intorno al nostro sapere. D’altronde la Rete, con la r grande, sembra ricalcare il modus operandi del nostro funzionamento cognitivo. Strumenti cognitivi come la categorizzazione ci permettono, infatti, di semplificare la percezione della realtà classificando ogni aspetto dentro a delle categorie già esistenti: non disperdere energie andando troppo oltre quello che siamo disposti a comprendere è umano. Ogni sistema difende le proprie caratteristiche e tra queste rientrano credenze, stereotipi e pregiudizi. La differenza la fa esserne consapevole o meno.

 

Il banco di prova fondamentale è stato creare le condizioni per far emergere i sentimenti partendo dalla definizione del peggiore, ossia l’odio. Alcuni mi dicono sia sinonimo di offesa, disprezzo, malaugurio, conseguenza della distanza… Non posso generalizzare, ma quando ho provato a suggerire un collegamento tra l’atteggiamento sui social e il fenomeno dell’hate speech le reazioni sono state molto curiose.  Molti adolescenti, infatti, non si sentono direttamente coinvolti nei discorsi d’odio o non hanno consapevolezza di fomentare o essere vittime di questo fenomeno. Tuttavia, quando riporto le storie di personaggi famosi o non (per esempio youtuber) vittime di discorsi d’odio tutti sembrano sapere di cosa parlo. Questo breve articolo vuole dare spazio soprattutto alle loro parole e ai loro contributi.

Nella pratica durante gli incontri è emerso come la loro presenza in rete risponda, più o meno consciamente, a un bisogno di riconoscimento sociale e come chiaramente molti abbiamo già riflettuto, da soli o nel contesto familiare, su cosa voglia dire esporsi quotidianamente sui social (‘’cerchiamo sempre la wifi, siamo consapevoli dei rischi, ma l’uso non significa essere dipendenti’’ e ancora ‘’internet fa compagnia’’, ‘’a casa mi mettono dei limiti’’). In alcune classi la riflessione in piccoli gruppi ha stimolato delle condivisioni molto toccanti. In alcuni casi i ragazzi mi raccontano come un account molto attivo online possa corrispondere a una passività nella vita reale (‘’illusione di una vita interessante, no?’’) e che questo automatismo riempia i vuoti emotivi o serva a mostrare più parti di sé (‘’tutti i narcisi stanno su Instagram, ma non il contrario’’).

 

E cosa succede quando invece che i ‘like’ arrivano i commenti negativi o le offese? Molti mi dicono di non dare troppo peso alle parole di persone che non conoscono, ma alcuni sembrano dubbiosi e un ragazzo usa la metafora di Internet come la neve dove ogni traccia di passaggio è sotto gli occhi di tutti, nel bene e nel male. Insieme discutiamo di come lo schierarsi contro qualcuno o un particolare gruppo (sportivo, religioso, etnico o politico per fare degli esempi) possa essere un effetto del bisogno di definire un ‘outgroup’ per rendere più forte ‘l’ingroup’. Le teorie della psicologia sociale, come quella dell’identità sociale, in effetti ci dicono che il grado in cui gli individui interiorizzano un’appartenenza di gruppo come aspetto significativo del concetto di sé influenza il confronto tra il proprio gruppo e un gruppo ‘altro’ sbilanciato verso la difesa del proprio e di un’identità sociale favorevole. Il discorso è molto ampio e non vanno dimenticati gli innumerevoli aspetti positivi dello sharing. Parliamo anche di emozioni ed intenti positivi in questi mesi e qualche parentesi la dedichiamo all’importanza del rispetto, della condivisione e della meravigliosa finestra sul mondo che gli strumenti tecnologici regalano ogni giorno…

 

Per concludere, propongo agli studenti di creare dei brevi slogan, ashtag o postcard su uno o più temi trattati durante gli incontri. Fornisco loro qualche dritta e l’uso di programmi facili da usare, ma li lascio liberi di decidere le parole, il taglio e le immagini (non coperte da copyright) da usare per il loro fine. Durante l’ultimo incontro li osservo lavorare per tre ore durante le quali dovrebbero pattuire un tema, un metodo di lavoro e creare un prodotto comune da mostrare all’intera classe e proprio durante questo tempo emergono, in modo naturale, tutti quegli atteggiamenti propositivi, proattivi o oppositivi di cui avevamo discusso a parole.

Le immagini che sono capaci di creare sono ora molto dirette ed esplicative (‘’stop ai leoni da tastiera’’, ‘’il problema non è la tecnologia ma l’uso che se ne fa’’) ora invitanti, ironiche o allusive (‘’non mangiate odio, mangiate sushi’’, ‘’tutti boni come er pane’’). Altre postcard fanno riferimento in inglese alla linea sottile tra la libertà di parola o la parola d’odio e alla necessità di scegliere consapevolmente cosa condividere dato che rimarrà online anche in caso di pentimento (ricordando che ‘’l’odio è fuori moda’’). Due in particolare mi sembrano di particolare valore comunicativo perché trasmettono un messaggio (‘’Come rompere l’algoritmo dell’odio? Prova col rispetto’’ e una riflessione sull’evoluzione delle armi, prima materiali ora virtuali) in modo efficace e veloce e potrebbero essere utilizzate come veri strumenti di marketing sociale e civile.

Mi viene da sorridere. Sorrido perché nonostante le difficoltà e gli scenari pessimistici di una ‘digitalizzazione del quotidiano’ vedo emergere la curiosità, il divertimento, la speranza, il senso etico, l’amicizia, la sensibilità e per quello che ne so questi sono ancora valori reali.

Lascio la parola alle immagini.

Ringrazio le scuole superiori che hanno aderito al progetto e tutti coloro che l’hanno reso possibile.

 

 

© Giulia Ulivi

 

 

Vaccinate for Africa 2019

IL COMI è partner di VSF nel territorio di Kaffrine con un progetto di sostegno alle attività degli allevatori locali.

Quest’anno VSF Italia aderisce alla campagna di raccolta fondi Vaccinate for Africa (V4A), che ci vede coinvolti insieme agli altri membri della rete di VSF International, al fine di sostenere e dare continuità alle nostre iniziative di campo. Nello specifico l’80 % dei fondi raccolti verrà destinato alla creazione di una latteria a Ndiao Bambaly (regione di Kaffrine, Senegal) che andrebbe a servire una comunità di circa 900 persone (tra cui 200 bambini) e che coinvolgerebbe almeno 39 allevatori più il personale della latteria stessa.

Il progetto, è stato parzialmente finanziato dalla Chiesa Valdese, ma il budget concesso non è sufficiente a coprire tutte le azioni necessarie… ed è per questo che ci serve far conoscere quest’iniziativa e più persone possibili.

Ma di cosa si tratta?

Vaccinate for Africa prevede un contributo attivo del singolo veterinario, di un ambulatorio o di un gruppo di colleghi di una clinica, che decida di devolvere parte dei ricavati delle vaccinazioni e delle visite raccolti in una settimana (03-09 Giugno pv), a sostegno dei progetti e delle attività della nostra associazione. Per quest’anno sarà appunto la latteria in Senegal.

Come funziona?

Al libero professionista che vorrà aderire verrà fornito del materiale illustrativo da mostrare ai propri clienti e verrà creata una mappa interattiva sul nostro sito affinché i clienti possano facilmente identificare i veterinari nella propria zona che aderiscono all’iniziativa. Il contributo da destinare a VSF è libero e scelto dal veterinario aderente stesso. Chi aderisce quest’anno non ha nessun obbligo di aderire in futuro mentre potrà continuare a ricevere gli aggiornamenti sul progetto sostenuto, che verranno periodicamente pubblicati sul sito ed inviati tramite newsletter.

Quando?

La campagna si svolgerà dal 03 al 09 Giugno 2019.

Come ci puoi aiutare?

Se sei libero professionista, titolare di un ambulatorio o di una clinica puoi aderire alla campagna!

Inoltre, puoi aiutare a farci conoscere la campagna diventando un ambasciatore V4A 2019!

L’ambasciatore di Vaccinate for Africa riveste un ruolo cruciale nella diffusione dell’iniziativa: è colui che, anche grazie al semplice passaparola tra colleghi, ad un semplice click di condivisione su una pagina o ad un poster ben visibile in ambulatorio, raggiunge quante più persone possibili, che potrebbero essere interessate a sostenere i nostri progetti.

Perché sostenerci?

VSF Italia si occupa di cooperazione allo sviluppo, con particolare attenzione alle comunità rurali nei paesi del Sud del Mondo, da quasi 30 anni. Nell’ultimo triennio è stata coinvolta in progetti di sicurezza alimentare e sanità animale in oltre 10 Paesi (tra cui Algeria, Mauritania, Repubblica Centrafricana, Niger, Senegal, Uganda, Ruanda, Perù, Mozambico), per un totale di oltre 20000 beneficiari diretti e oltre 40000 animali trattati.